Lapisvedese

Ce lai dett?

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 23 maggio 2016

Introduzione. Rompere il ghiaccio
«Dunque io ho già lavorato anche al tubificio ed è completamente diverso».
«Tu adesso dove sei?».
«Io adesso sono in acciaieria; al tubificio non mi sono trovato per niente bene, nel senso, gente ben accetta, però il lavoro era molto più pesante rispetto a qua, io parlo del reparto che sono io; però la gente che è al tubificio sento che un po’ si lamenta e poi c’è un rischio alto di infortunio al tubificio, mentre qua io, almeno…».
«Magari devi stare un po’ attento a quello che fai, perché che se ti cade un coil in testa ti ammazza, però solitamente tu non dovresti trovarti sotto e…».
«Ecco l’unica cosa è che se uno dal futuro si aspetta chissà che cosa, se tu parti come primo lavoro da lì, non impari niente, perché il lavoro è sempre lo stesso, io nel senso, vengo da un posto dove ho fatto l’elettricista, ho fatto un lavoro che ti porta qualcosa, io ti so montare delle prese, uno che lavora lì anche trent’anni…».
«Uno che fa l’elettricista o il meccanico lì dentro non sa fare l’elettricista o il meccanico».
«No, no, no, ma va’: vengono lì in due a cambiarti un neon».

Psicologia
«I ragazzi che entrano adesso, che hanno paura di perdere il posto di lavoro, si impegnano; però se vedi gente che è dentro da vent’anni, e io dove sono adesso lo noto, perché la gente dove ero prima era tutta gente nuova, c’era la paura di non avere fatto tutto, qui invece è più tranquillo: tu vedi che la gente quando manca un quarto d’ora alla fine del suo turno si siede e aspetta, alla mattina inizia a lavorare con calma, non è che inizia dieci minuti prima perché c’è già del movimento».
«Poi ci sono i responsabili di turno che sono un po’… Nei vari reparti quando mancano loro ti tocca chiamare il responsabile che c’è di turno in quel momento lì e la maggior parte delle volte, non per colpa loro, ma sono incapaci. Cioè sono incapaci, non sono al corrente, stanno pensando ad altro».

Storia
«Però c’è da dire una cosa: sei un attimino più sicuro, nel senso guardi la fine del mese; tutti guardiamo la fine del mese, però soprattutto lì, lo stipendio non è male, sbaglio?».
«Se posso parlare giusto, adesso più che lo stipendio guardi la sicurezza del lavoro. Finché c’è questo grosso impero il lavoro c’è e insomma, puoi pensare un attimo al tuo futuro. Insomma io vengo da un posto dove anche lui era immenso, poi da trecento quattrocento operai siamo finiti in quindici, poi dopo ha chiuso, e io ci ho passato undici anni. E anche lì, io sono tornato indietro due volte. Posso raccontarlo?» (bonus).
«Allora quella volta lì, lì stavano andando male le cose, pagavano gli stipendi in ritardo e da lì hanno cominciato tramite i sindacati, han detto ci trasferiamo, han detto al Lago di Garda».
«Beh bella zona».
«Beh siamo andati a Brescia, uscita Brescia Ovest e lì siamo partiti che andavamo su con il pullman, poi con i pullmini e poi alla fine con le nostre macchine, e lì siamo durati un anno. Io nel frattempo avevo avuto un problema di salute ed ero stato a casa in malattia, però dopo sentendo un attimo le vicende, ho detto, io vado in agenzia a sentire se riesco a farmi prendere da un’altra parte, e mi hanno preso subito al tubificio, ho fatto sei mesi di contratto, dopo mi hanno passato a un anno e dopo son passato fisso e dopo due anni, che ormai ero fisso, l’azienda dove lavoravo prima è tornata nello stabile dove già era e mi ha chiamato il direttore, mi ha detto, torneresti? E io ho detto figa qua son fisso! Mi faceva cagare, però… Mi faceva cagare perché era pesante e poi perché mi piaceva di più il mio primo mestiere e ho detto, però, insomma, la sicurezza che ho qua, però vado a sentire. Ho fatto il colloquio e lì mi hanno promesso… E all’inizio hanno mantenuto, qualifica, tutto. Dopo un anno e mezzo, chiuso. Fortunatamente i sindacati sono riusciti, con la mobilità a far entrare gli operai, chi voleva, in acciaieria, e io ho detto, piuttosto che stare a casa… Per quanto mi ero promesso di non andare più. E alla fine sono qua, in acciaieria».

Filosofia
«Se anche solo cinque anni fa mi avessi chiesto entreresti mai in una fabbrica ti avrei risposto di no, ma è anche vero che sentendo quello che c’è in giro, parlando anche con i camionisti, noi alla fine noi siamo molto tutelati e poi se vogliamo anche fortunati. Abbiamo tutto quello che ci occorre. Facciamo le nostre otto ore e non dodici quattordici o quello che è. Se dovessimo fare più ore, non siamo obbligati, ma comunque siamo pagati, lo stipendio è puntuale, la malattia è pagata, le ferie ci sono, gli infortuni. La cosa triste è dire che noi siamo fortunati perché in giro tutto fa schifo allora noi siamo fortunati, anche se è la frase che senti di più. E per alcuni che hanno solo la terza media o la quinta elementare con gli stipendi che ci sono da noi c’è da ciucciarsi le dita. Poi ci sono anche ragazzi che hanno studiato che fanno gli operai e non so se quindici anni fa sarebbe successa una cosa così».

Lui
«Noi ci troviamo ad avere uno stipendio di mille e cinque, mille e sei, e in alcuni mesi con dentro anche dei premi superano anche i duemila, non dimentichiamoci che siamo operai metalmeccanici. Dopo la gente quel mese che arriva una busta più bassa si lamenta, però non si lamenta quando a luglio arrivano più di duemila euro perché oltre a un pezzo di quattordicesima ci sono anche i premi per le assenze. Questi sono contratti che ha fatto lui, che se lui volesse, potrebbe metterci a mille e tre, che è il metalmeccanico».
«Adesso sono un po’ calati anche da noi, perché i vecchi dicono che c’è qualcuno attorno a lui che gli ha fatto capire che doveva abbassare un po’ gli stipendi, c’è stata anche la crisi, ma come in tutti i lavori, prima c’era gente che quando poteva già allora ci mangiava dentro, ne approfittava. Adesso visto che la crisi è globale si stringe un po’ per tutti. Prendiamo meno noi ma prendono meno anche quelli che stanno sopra di noi. Comunque sì, lui adesso guarda bene dove spende i soldi. Ha chiuso un po’ i rubinetti».

Dibattito
«Però di cose per la città ne ha fatte tante, però continuano sempre a tartassarlo di qua e di là. Lui dà lavoro a molti, ma lo sanno benissimo che non produciamo caramelle, però hai convenzioni dove vai: assicurazione convenzioni, ristorante convenzioni, nei negozi convenzioni. Magari adesso prendiamo meno ma abbiamo molte più convenzioni».
«Ma è come se tu domani vai in un supermercato a rubare e poi si scopre che la roba che hai rubato la regali ai poveri allora non ti puniscono perché hai fatto opera di bene, hai sempre rubato! Lui dà lavoro, però se ci sono delle cose negative non possiamo dire che non ci sono, probabilmente le cose che vengono fatte non sono tutte pulite. Poi io egoisticamente potrei dire, visto che non abito a un chilometro dalla fabbrica, siccome quando vado via a fine turno non lo vedo e non lo sento, allora potrei dargli la mano e dire che è un gran signore perché mi dà da mangiare. Però se vai da quelli che abitano lì vicino, loro devono respirare cose che non fanno bene, perché si vede, se i macchinari sono macchiati di acidi, vuol dire che nell’aria c’è dell’acido e se nell’aria c’è dell’acido vuol dire che noi lo respiriamo, e se io lo respiro per trent’anni vuol dire che i miei polmoni fra trent’anni, se mi va bene, potrebbero avere dei problemi. Abbiamo il lavoro fisso ma non è come lavorare in banca o in biblioteca, per quanto riguarda la salute».

Geografia
«La fabbrica, nel mio reparto, siamo in sette più il capoturno, comunque di solito un reparto è fatto da una decina di persone. I reparti sono quattro slitter, dove fanno a fette i nastri, poi ce ne sono tre di zincatura, una verniciatura e ne stanno facendo un’altra più grossa e poi due decapaggi più un altro che è nell’area nord. L’area nord è a parte, è a sé. I forni che ci danno la roba sono due. La roba ce la portano con i camion interni. La fase è così: c’è il parco rottame, dove arriva tutto, dove lo selezionano, poi fanno la colata e fanno le lamiere che scendono e fanno su i nastri. L’acciaio è nero, si chiama il nero».
«Come Franco Nero».
«Come Franco Nero. Dopodichè va ai vari reparti, passa dal decapaggio, dove fai determinati spessori, e tirano via gli ossidi e se serve oliare il coil per non fare la ruggine. A seconda del reparto di decapaggio fanno diversi spessori».

Arte e paesaggio
«L’ambientazione è grigia, è un capannone grande, pieno di carroponti. Sembra un po’ una fabbrica di quarant’anni fa, da vedere non è bella».

Economia
«Facciamo i braccini delle portiere della BMW, della Fiat, le piastrine freno».
«Lì girano, tutti i giorni, non credo di esagerare, 300 o 400 camion al giorno, in tutti i magazzini. Perché un camion può caricare un coil, oppure un eccezionale ne carica tre grossi o sei smezzati, che comunque fa 70 tonnellate di roba. Anche se a un corso ci hanno detto che noi siamo una fabbrica media, perché a Taranto fanno 8 o 9 milioni di tonnellate, in Cina ne fanno anche 15 milioni».

Sociologia
«Noi lavoriamo in squadra, sempre con le stesse persone. Se non cambia niente. Io prima ho lavorato in un reparto di gente vecchia, cioè vecchia, con anni di esperienza, e mi sono trovato bene. Perché a starci insieme impari a conoscere la gente e come trattarla, perché tu devi pensare che passi più ore lì che a casa tua, da sveglio. Poi ci sono degli elementi che sono davvero problematici».
«C’è da dire una cosa, l’ultimo gruppo che è entrato con l’agenzia, glielo fanno pesare, gli dicono tu sei l’ultimo arrivato, stai lì. Poi magari il capo ti dice, quella cosa lì non farla fare a lui, perché non è fisso. Oppure altre volte, succede, ti dicono non fargliela fare perché non è in grado, e non mi sembra giusto. Anche perché il lavoro in sé non è niente di che, in un paio di mesi impara chiunque. Io per esempio ho iniziato con una mansione, adesso ne ho un’altra più specifica, però non ho fatto niente per averla, è solo che con gli anni a forza di guardare ’sto nastro cominci a capire come funziona. Nel mio reparto vedi ’sto coil che arriva, si fa giù come in un mangiacassette, si fa giù da una parte e si fa su dall’altra, e intanto passa in una vasca con degli acidi, poi arriva il magazziniere, lo prende e lo porta via, e all’inizio ti chiedi cosa serve, come funziona, poi capisci. Anche perché se stai lì, guardi e non capisci cosa sta succedendo, diventa monotono. Poi c’è gente che è lì da vent’anni e non si è mai interessata di imparare niente, che sa manovrare la gru con la pinza ma se deve usare quella con l’unghione ti dice fallo tu perché non so usarla».

Conclusioni
«Fai te che io lì dentro ho conosciuto un gruista che faceva il sindacalista che non sapeva la differenza tra contratto determinato e indeterminato».

SG

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: