Lapisvedese

Ce lai dett?

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 23 maggio 2016

Introduzione. Rompere il ghiaccio
«Dunque io ho già lavorato anche al tubificio ed è completamente diverso».
«Tu adesso dove sei?».
«Io adesso sono in acciaieria; al tubificio non mi sono trovato per niente bene, nel senso, gente ben accetta, però il lavoro era molto più pesante rispetto a qua, io parlo del reparto che sono io; però la gente che è al tubificio sento che un po’ si lamenta e poi c’è un rischio alto di infortunio al tubificio, mentre qua io, almeno…».
«Magari devi stare un po’ attento a quello che fai, perché che se ti cade un coil in testa ti ammazza, però solitamente tu non dovresti trovarti sotto e…».
«Ecco l’unica cosa è che se uno dal futuro si aspetta chissà che cosa, se tu parti come primo lavoro da lì, non impari niente, perché il lavoro è sempre lo stesso, io nel senso, vengo da un posto dove ho fatto l’elettricista, ho fatto un lavoro che ti porta qualcosa, io ti so montare delle prese, uno che lavora lì anche trent’anni…».
«Uno che fa l’elettricista o il meccanico lì dentro non sa fare l’elettricista o il meccanico».
«No, no, no, ma va’: vengono lì in due a cambiarti un neon».
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Encomio a un irregolare

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 21 maggio 2016

«Noi scapigliati romantici in ira, alle regolari leggi del Bello, prediligiamo i Quasimodi nelle nostre fantasticherie».
Arrigo Boito

Nell’inverno freddo e nebbioso del 1875, in una Milano inebriata dal progresso e compiaciuta della sua sproporzione metallica, un uomo dall’aspetto trasandato, ma dal gusto borghese, giaceva privo di vita sul marciapiede di un quartiere dell’alta società. L’immagine offerta dal cadavere indignò e sconcertò l’opinione pubblica: Emilio Praga, questo il nome del defunto, non solo si era permesso di prendersi beffa della vita sfidandone valori e costumi, ma aveva ostentato sfacciataggine e spavalderia persino nel momento sacro della morte, crepando in pieno giorno con tanto di fiasco di vino alla mano. Le sue vesti, logore ma eleganti al tempo stesso, riflettevano sommariamente la concezione amara che nutriva nei confronti della vita e che decise di sfoggiare con audacia nella sua produzione artistica, tanto pittorica quanto poetica.
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Materia grigia

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 19 maggio 2016

Non è il critico
che manca ma
è l’artista.

Il saggio, inteso
non come saggio critico,
ma l’artista in quanto critico,
ovvero il sapiente,
l’unico, che occupandosi
giorno e notte di ciò
di cui si va dicendo,
conoscendone punti, inclinazioni,
mancanze, può parlarne, criticando
e porre in tavola considerazioni:
quanto viene a mancare.

PB

Economia di una miniera

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 17 maggio 2016

Qualcuno dovrebbe scrivere una storia delle politiche economiche più disastrose. Gli esempi non mancano: l’ardito tentativo dell’Unione Sovietica di introdurre la mortadella come valuta di scambio; il ricorso disperato della Repubblica di Weimar alla tassazione delle linee curve; e naturalmente l’intervento coatto con cui la Banca d’Italia cercò di frenare l’inflazione nel 1979, convertendo da un giorno all’altro tutte le moltiplicazioni in addizioni. Ma oltre alle sciagurate imprese dei governanti non si possono tralasciare le iniziative locali, private, aziendali, che pur producendo danni su scala minore hanno rappresentato aberrazioni degne di memoria.
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Agli eroici furgoni

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 15 maggio 2016

«Il ferro dei passatelli è un attrezzo da cucina in disuso anche nelle terre in cui è nato».
Tortelloni alla meneghina. Euro 16. Oni, ma tre. Con quattro panini (ini). Apparizione sotto al naso di dessert coi mirtilli, sbagliato tavolo, sparito dai vicini. Bella apparizione, dico io, poi vado in bagno.
Lei è un coglione.
Un cameriere ha scritto «Lei è un coglione» sul mio blocchetto ahi ahi mentre ero in bagno. «Ahi ahi» l’ho scritto io, non ribatto, che si arrangi. Oggi è la giornata dell’acqua, a mezzogiorno, prima di ora, ne ho pagata una bottiglia, e l’ho dimenticata, ora invece, prima che potessi reagire, questo cameriere che scrive sul mio blocchetto me ne ha stappata una bottiglia e me l’ha messa sul tavolo. Ho finito una birra, bevo un limoncino, l’acqua è ancora lì, pagata e non bevuta. Oggi mi è passato accanto un venditore di acqua, col furgoncino.
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Tutto a rotoli

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 13 maggio 2016

Dopo che Caino uccide il fratello, Dio si rivolge a lui chiedendo: «Dov’è Abele?». Si tratta di una domanda retorica. Dio, che è Dio mica per niente, dovrebbe sapere dov’è Abele. Però glielo chiede lo stesso. Anche perché Dio, che è Dio mica per niente, sa subito dove trovare Caino. Non che ci voglia un genio, o un Dio. Caino è un agricoltore, non si allontana mai dalla sua terra.
La domanda «Dov’è Abele?», a parte l’intento inquisitorio, allude al fatto che Abele è un pastore e, come tutti i pastori, è anche un nomade, quindi non è mai in un posto preciso. Infatti Caino risponde: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Con ogni probabilità avrebbe voluto aggiungere: «Se non l’avessi steso, sarebbe a zonzo coi suoi animali, ci puoi scommettere».
Ora, esiste una religione, con le sue domande e le sue risposte, esiste una dottrina, che è parente stretta di quella religione, al cui interno c’è una corrente, se così si può dire, della quale fa parte chi considera il mondo un posto disgraziato. E però, per quanto disgraziato, questo posto è meglio del paradiso terrestre, ossia della galera in cui Adamo ed Eva sono costretti a vivere. Quelli che fanno parte di questa corrente, che si chiama gnosticismo, esaltano il peccato originale, adorano il serpente e applaudono Caino. Sanno che il peccato originale, così come l’omicidio di Abele, sono gesti di ribellione conoscitiva. E lo scrivono anche, per esempio su dei rotoli di papiro. E c’è chi si prende la briga di conservarli, quei rotoli, per esempio alcuni monaci dell’Alto Egitto. Poi, quando lo gnosticismo comincia a puzzare di eresia, li prelevano dalla biblioteca del monastero e li nascondono in una giara di terracotta per salvarli dalla distruzione.
Secondo il maestro Teodoto di Bisanzio, un sapiente tuttofare, infatti è anche chiamato Teodoto il conciatore e Teodoto il calzolaio, ebbene, secondo Teodoto, lo gnostico conosce il proprio destino e perfino la Divina Volontà. Lo gnostico, insomma, è un calzolaio che va oltre la ciabatta (con buona pace dell’ammonimento Sutor, ne ultra crepidam! di Plinio il Vecchio). E sa cosa si nasconde dietro il mistero della creazione, a cosa serve la parte in ferro di lesina, bussetto e punzone, in che modo la conoscenza può essere lavorata e modellata, tesa e dilatata fino a includere Uomo, Cosmo e Divinità, infine cucita all’anima come la tomaia alla suola di una ciabatta. Sa che il mondo in cui viviamo è intrinsecamente malvagio, sa che non c’è nulla da fare e che in questo mondo Dio non ha mai messo piede, né ciabatta.
E Caino? Non è forse malvagio? Perché applaudire il suo gesto? Dopo l’omicidio del fratello Dio lo maledice così: «Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». Per un agricoltore non è una bella notizia. Però non succede nulla di tutto questo. Dio, che è Dio mica per niente, crede nella civiltà agricola, stanziale. Perché da lì viene il progresso. E infatti lascia morire Abele, il nomade, e farà del fratello omicida il fondatore di Enoch, la città che sorge dal deserto e nella quale fioriscono la legge, l’arte e la tecnologia. A Enoch vivono i discendenti di Caino e fra questi Tubalkàin, il fabbro, padre di tutti quelli che lavorano il ferro e forgiano la civiltà del progresso.
Nel 1945 Muhammad ‘Ali al-Samman, un abitante del villaggio di al-Qasr, in Egitto, trova un’antica giara di terracotta. Se fosse stata di ferro la storia sarebbe andata diversamente, ma era di terracotta e quindi Muhammad la rompe e trova i papiri gnostici nascosti da quei monaci dell’Alto Egitto. Il bottino, dal suo punto di vista, è un po’ deludente. Decide lo stesso di portarli a casa e qui sua madre comincia a usarli nell’unico modo utile che conosce: come combustibile per il forno. Qualche tempo dopo, Muhammad combina un guaio e allora, temendo una perquisizione e immaginando che i papiri rimasti possano peggiorare la situazione, li consegna a un sacerdote di nome al-Qummus Basiliyus Abd al-Masih. Poi succede che il sacerdote mostra uno dei rotoli a un insegnante di storia. L’insegnante se lo fa consegnare e lo invia al Cairo. Di lì a poco il papiro finisce sul mercato nero del Cairo. La storia ha un lieto fine sicché i rotoli di Nag Hammâdi vengono recuperati e studiati. È la conferma del fatto che gli gnostici considerano la loro parentesi terrena un viaggio verso la conoscenza superiore, assoluta e immediata, dilatata al punto da includere Uomo, Cosmo e Divinità. Una conoscenza che permette la salvezza. Alla base di tutto c’è il gesto di ribellione conoscitiva di Adamo. Quindi l’atto di forza di Caino, che permette alla civiltà umana di evolversi. Tubalkàin insegna all’uomo a lavorare il ferro, donando la tecnologia. L’uomo nuovo, a questo punto, è pronto per intraprendere il viaggio sapienziale verso la Divinità.
Naturalmente la civiltà del ferro non è tutta rosa e fiori. Gli Achei della Grecia arcaica, gli Etruschi dell’Etruria e i Latini del Lazio antico hanno i loro problemi. Alle volte la conoscenza raggiunta prende forme sbagliate in cui Uomo Dio e Cosmo stanno un po’ stretti, come le dita dei piedi in una ciabatta dalla punta troppo stretta. E questo, forse, spiega l’inabissarsi dello gnosticismo nelle sabbie dell’Egitto. Il fabbro può andare oltre lesina, bussetto e punzone, il calzolaio può andare oltre la ciabatta, entrambi possono conoscere il destino che Dio ha loro assegnato e comprendere la sua volontà. Un martire – mettiamo un San Crispino o un San Giacomo Minore – accetta però il destino che Dio gli ha assegnato senza comprendere la sua volontà, senza gesti di ribellione conoscitiva, senza aver mai lavorato il ferro o visto una ciabatta. Infatti San Crispino, non Teodoto, è protettore dei calzolai. San Giacomo Minore, non Tubalkàin, è protettore dei lavoratori del ferro.

MO

Un Tour di primavera

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 11 maggio 2016

Nella mia vita esistono alcune costanti, che spesso ho visto come “mie”, ma che oggi riconosco come il prodotto di un’educazione basata sul rispetto degli orari; per capirci, in casa, con mamma, papà e fratello si mangiava sempre alla stessa ora e tutti assieme, in ottemperanza al turno di lavoro di mio papà, che nella vita era un operaio di avanguardia (così, alla fine dell’Ottocento, erano definiti i ferrovieri); sì, forse le “mie” costanti sono più costanti, con qualche eccezione, sono più costanti che mi ha passato mio papà, che nella vita ha vinto la sua personalissima battaglia contro il tempo; la vittoria è stata decretata il giorno in cui è andato in pensione, giorno in cui si è trovato in forma psicofisica migliore della maggior parte della trentennalità contemporanea. Così facendo, ha fottuto una tra le poche “cose” proprie di ogni uomo, il tempo, appunto; così facendo, mio padre ha perso tutto, quindi, per una legge di compensazione che ti invito a non smontare, ha guadagnato tutto, innalzandosi a livello di super-uomo-dio, issandosi in compagnia di Breil e Sector sul podio sottostante al divin regno di Crono, figlio di Urano (cielo) e Gaia (terra), titano del tempo.
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A ferro e fuoco

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 9 maggio 2016

«Partono tutti incendiari e fieri ma quando arrivano sono tutti pompieri»1, cantava Rino.
Racconta bene come si sente, spesso, suo malgrado, chi per lavoro butta acqua sul fuoco.
Per saper spegnere i fuochi bisogna dunque averli saputi accendere, è vero, ma non è detto che si stia meglio sul bagnato, tantomeno quando c’è voglia di ardere.
Se non si vuole restare umidi e tristi, occorre ricordare quei fuochi di carta e Diavolina, accesi per il gusto di farlo, deboli, arrabbiati, forse pericolosi, fatui, ma con aspirazioni grandi.
E una volta ricordato come ci si scalda, occorre imparare di nuovo ad accenderlo, quel fuoco, che stavolta sia forte, alto, duraturo, di legna asciutta, ben delimitato e visibile da lontano, buono per raccogliersi attorno a esso, per grigliare, per forgiare i metalli.
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Dell’indubbia inesistenza del ferro

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 7 maggio 2016

È giunta l’ora di reprimere, una volta per tutte, l’imbarazzante voga accademica che da troppo tempo ormai va predicando, con il puntello di capricci e fantasie le più aberranti e intollerabili, la pretesa esistenza passata di un ente comunemente evocato come “ferro”.
A nulla sono valsi i nostri puntuali e definitivi contributi critici, se ancora poche settimane or sono il buon Frottoli ha ritenuto necessario riesumare la questione divulgando un’infame monografia che raccoglie i frutti decomposti delle sue sconclusionate, mai abbastanza deplorate ricerche1.
E di che tratterà mai, si chiederà il benintenzionato e incauto lettore, l’ultima fatica dell’ottimo Frottoli? Quali segreti celeranno queste inattese pagine la cui grana ruvida, i cui rozzi caratteri tipografici già preannunciano la qualità intellettuale delle speculazioni in esse depositate?
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Ferro

Posted in #19 Ferro by Lapisvedese on 5 maggio 2016

È dura come il –, sempre.
«Proviamoci, al massimo facciamo tre numeri», disse EGAP.
Dall’uscita di Cura a quella di questo numero sono passati 16 mesi: in questo lasso di tempo ci siamo trovati sempre meno, e le cose non succedono se non ci sono le persone. Abbiamo perso la dimensione collettiva che ha segnato l’esperienza di un gruppo redazionale.
La redazione di Lapisvedese non c’è più: la sua ultima decisione è quella di sospendere, con questo numero, la pubblicazione dell’oggetto cartaceo di quattro/otto pagine, costruito intorno a una parola baule, autofinanziato e autosostenuto, distribuito in forma libera e gratuita, stampato fronte/retro, su pagine A3, in bianco e nero – salvo due eccezioni – insomma, il fogliaccio così come lo conoscete non esce più. Tuttavia, questo non esclude la possibilità di una prosecuzione del progetto in altra forma o con altre persone: la volontà c’è, ma – ora come ora – prevale un indefinito senso di irrisolto, non è il momento di una soluzione di continuo. Lessico specifico dell’ambito medico: quando ti fai un taglio, crei una soluzione di continuo nella cute. La domanda rimane: vogliamo snaturare qualcosa che prima aveva una sua identità, oppure ciò che nascerebbe è uno sviluppo di quella stessa identità?
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