Bora Bora (paravento triestino)
«Ed è da lì che vieni?».
L’acqua nel bicchiere che faccio dondolare è densa più del normale. Del normale dell’acqua. Lascia tracce ad arco che poi si sciolgono lente, scivolando sulle pareti del vetro. Fottuto gioco di vai e torna, che però con me non attacca. Io non tornerò.
«Cosa?», le chiedo senza prestarle troppa attenzione, gli occhi fissi nel trasparente vorticare che cerca di darmela a bere sull’andare e poi tornare. A me la dai a bere? E giù una sorsata, giù a Niagara dritta diretta, e mi accorgo che acqua non è se non di fuoco.
Augh! Sambuca. Scelta dolciastra, non so come mai. Di solito sono per più amari lidi a fine serata. Mi sto rammollendo.
Torno sul pianeta, almeno con la testa. Il corpo è chissà dove, probabilmente in quell’affollatissimo posto non molto lontano da qui, il luogo a più alta densità di popolazione dell’universo. Fanculo City Town. Bella città. Ci torno spesso. Appena posso. Anche con la testa. Ho molti amici, là. Più che qua di sicuro.
«Cosa?», le ripeto, stavolta guardando in quelle sue due schegge di smeraldo che corrispondono perfettamente all’identikit del meraviglioso assassino sguardo di donna, e in cui ciascun uomo degno di chiamarsi tale dovrebbe aver la fortuna di imbattersi almeno una volta nella vita. Taglio mediorientale, il suo. Non di queste parti. Meglio. Come ho fatto a dimenticarmi di lei, che poco prima si è venuta a sedere proprio di fianco a me in questo quasi vuoto e morto e spento bar del quasi centro di una non mia città, davvero non lo so. Anzi, lo so. Troppi pensieri. Troppe preoccupazioni. Lavoro finito. Niente lavoro adesso. Ci faremo sentire. Ok. Addio. Che cazzo ci fai ancora qui? Tornatene da dove sei venuto. Tornatene là, a Fanculo City Town. Vedrai che lì stai bene, dai. Che ti costa? Pigli il treno, coda tra le gambe, muso pesto, e via…
No. Là ci andrete voi. Tutti quanti. Tanto là c’è posto. C’è sempre posto. Io non tornerò.
«Vieni davvero da Marte?», le esce dolce vellutato da quella sua piccola bocca rossa, ideale piattaforma d’atterraggio per del sano amore fatto al volo. Alla svelta. Senza fretta. Come viene. Amore, e basta.
«No, purtroppo, ma quasi… La città da dove vengo è un avamposto alieno, abitato da alieni…», e alzo la mano verso il barman, che se ne sta appoggiato in lontananza in un composto fancazzo, straccio in mano, aria assente, anima al lumicino. Altri due va’, gli faccio capire con le dita, qualcosa di più robusto stavolta va’, gli faccio con un pugno chiuso stretto, e lui capisce, capisce che non ha scelta, che non può far altro, e ubbidisce zitto. D’altronde, chi mai ha avuto scelta, chi mai ha potuto far altro, chi mai ha disobbedito, o urlato? Io forse, anzi, io di sicuro, anche se non sempre. Scostante, sono stato. Ecco. Scostante. Sono stato. Sono. Scostante.
Adesso sto ubbidendo al mio volermi trito e senza pensieri, magari con qualche dolor d’animo in meno. E sto zitto, mi va bene così. Non posso far altro. Non ho scelta.
YP

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