Pensiero semplice

Posted in #12 Paravento by Lapisvedese on 24 febbraio 2012

Gli indiani sono bravi in matematica, i cremonesi hanno una mentalità chiusa, macchina grande cervello piccolo, donna al volante pericolo costante, gli italiani sono mafiosi, i romeni stuprano, i politici sono ladri, Andrea fa sempre casino in classe, Sara è una secchiona, le svedesi sono belle, le donne sono più sensibili, i rom rubano i bambini, i bergamaschi sono leghisti, Lapisvedese è illeggibile.
Ogni incontro con l’ignoto e lo sconosciuto genera uno stereotipo, ovvero un pensiero semplice, generale, stereotipato appunto. È una forma comune di conoscenza, è il primo strumento che ogni essere umano ha a disposizione nel breve tempo. È il pensiero della conoscenza immediata, è una rappresentazione che ognuno è costretto a utilizzare nell’istante preciso del «Piacere, mi chiamo…» e nei minuti successivi. Consiste nel cogliere un particolare della persona che si ha davanti, nel farsi una breve opinione, nel decidere se questa è di nostro gradimento o ci urta, nel catalogare in apposite caselle del cervello l’informazione, la persona/gruppo con cui si è entrati in contatto. È questione di secondi, minuti al massimo.
Generalizzando, suddivido il mondo a me noto grosso modo in due schieramenti: i benpensanti, che rifuggono l’idea di avere stereotipi (non bisogna avere stereotipi, è sbagliato), e coloro che li hanno senza farne una malattia. Mi piacerebbe problematizzare la questione, penso che potrebbe essere utile creare uno schieramento del sì allo stereotipo. In questo senso: lo stereotipo è un pensiero semplice, veloce, che tende a bloccare, ad assolutizzare; suoi amici sono gli avverbi sempre, assolutamente, mai, che per loro natura, anche grammaticale, sono invariabili (non posso dire sempre, sempra, sempri…).
È una forma naturale di conoscenza, la prima. Serve perché, come recita un vecchio detto, da qualche parte bisogna pur cominciare. Io comincio spesso dalle scarpe: se un uomo mi si palesa dinnanzi con un paio di scarpe troppo leggere per la pioggia battente, troppo alla moda perché ne possa conoscere nome del modello e marca, o più costose di tutti gli indumenti che io indosso in quel momento e per giunta mi porge la mano con una consistenza tale da sembrarmi un caco troppo maturo, ecco il mio pensiero (semplice): «Sei un idiota ignorante, inconsistente, figlio di papà, berlusconiano». A questo punto posso salutare cordialmente e cercare altrove uno sguardo amico o, in alternativa, considerare la persona fastidiosa come punto di partenza per complessificare il pensiero, per approfondirne la conoscenza, per incuriosirmi, per formulare ipotesi, per provare a utilizzare espressioni come forse, qualche volta, magari.
C’è inoltre una funzione insospettabile di questa forma di pensiero: lo stereotipo che ho sugli altri parla di me. Il perché lo sguardo si blocchi, si fissi, imprigioni l’altro proprio per quella caratteristica, per quella peculiarità, riguarda la mia storia. L’immagine che ne deriva descrive molto di più l’occhio che l’oggetto osservato.
In pratica, il mio essere reattiva a causa di scarpe stilose e di figli di papà, se analizzato in profondità, non riguarda le mie convinzioni etiche e politiche, bensì il mio passato e la mia crescita, il mio essere stata allevata con l’idea che le scarpe hanno una funzione (riparare, esplorare, camminare), che ne servono poche e ben fatte; riguarda il mio essere cresciuta con il motto farcela da soli e non essere viziati. Mi attivo per quel che avrei voluto e non ho avuto.
C’è però un problema, e ha anche una serie di ripercussioni sulla vita degli individui.
Se il pensiero resta semplice diventa una vera e propria prigione, sia per la mente di chi lo produce sia per il cuore di chi lo subisce.
Positivo o negativo che sia, lo stereotipo produce una ferita che innesca una protesta: è doloroso non essere riconosciuti. Rispecchiarsi su superfici deformanti rievoca l’incubo, più che il sogno. La paura dell’altro impedisce la complessificazione, perché stereotipare significa anche allontanare, separare, incasellare e quindi garantirsi la distanza massima che è data dalla differenza, dall’altro da me.
Durante una soleggiata mattina di febbraio, in una classe prima di scuola secondaria di primo grado (una prima media, l’età della stupidera) si discuteva di stereotipi e pregiudizi, di differenze, di incontri, di etnie e di difficili rapporti fra compagni di classe.
Quello che mi era apparso il più solitario dei ragazzini, come in un insight, esclama: «Ho capito! Lo stereotipo mette il punto in una frase, noi dovremmo mettere due punti, punto di domanda, parentesi, puntini di sospensione. Sarebbe meglio usare tutta la punteggiatura».

MB

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